L’idea di start up è associata all’idea di innovazione e di successo, a giovani visionari che grazie alle loro idee riescono a cambiare il mondo, rendendolo migliore. E di solito lo fanno in modo rapido: le idee innovative sono virali, raggiungono l’apice del successo in poco tempo, spesso con esaltanti marce trionfali.
Ma qual è il luogo perfetto per creare una start up?
Dovrebbe essere un luogo dove, per prima cosa, ci sia abbondanza di intelligenza e talento, perché il fattore numero uno dell’innovazione è l’intelligenza. Dovrebbe poi essere un luogo in cui sia semplice fare impresa, senza troppa burocrazia, e con infrastruttura adeguate. L’analisi di questi fattori è stata fatta, scientificamente, da Startup Genoma, una start up (e ci mancherebbe altro) fondata da esperti di start up e di data mining che si prefigge di analizzare, in maniera rigorosamente scientifica quali sono i fattori di successo di una start up, in modo da rendere il fenomeno riproducibile.
Ebbene, Startup Genoma ha steso una classifica delle migliori città o aree del mondo per creare una start up: il primo posto è piuttosto scontanto, Silicon Valley. Ma è il secondo quello che sicuramente stupisce di più, almeno i non addetti ai lavori e coloro che si fermano alla scarsa informazione (molto meglio sarebbe dire disinformazione) fornita dai media mainstream italiani. La seconda città del mondo dove le start up hanno più possibilità di fare business è Tel Aviv. E la cosa è tanto più sorprendente se consideriamo che, in fondo Israele di cui Tel Aviv è una delle città più importanti insieme alla capitale Gerusalemme, è molto piccolo (appena 7 milioni di abitanti), non ha risorse economiche o materie prime, e vive in uno stato di allerta perenne, visto che molti suoi vicini hanno l’obiettivo dichiarato di cancellarlo dalle carte geografiche.
The start up Nation

Eppura Israele ha prodotto più start up di paesi ricchi, stabili e pacifici come Cina, India, Corea, Canada e Regno Unito. Un vero e proprio miracolo che è stato descritto da Dan Senor e Saul Singer nel libro “Start up Nation”. Un libro che ripercorre la storia del miracolo economico israeliano, un miracolo fatto di tecnologia innovativa, innovazione tecnologica e investimenti. Ma che trova i suoi fondamenti anche nella forza d’animo di un Popolo che, malgrado le immense difficoltà e i drammi a cui la Storia lo ha sottoposto, ha sempre trovato il modo di evolversi e di dare il proprio contributo all’Umanità.
Dopo tutto lo stesso stato di Isreale può essere paragonato a una start up: un sogno che si è realizzato grazie alla fede incrollabile dei suoi fondatori e di coloro che hanno dato la vita per difenderlo, contro tutte le aspettative e contro tutti i nemici che lo hanno ostacolato in tutti i modi.
Settori ad alto rendimento
Dal punto di vista dello sviluppo delle tecnologie innovative dobbiamo ammettere che le aziende hi tech con sede in Israele hanno sempre saputo cogliere i trend del mercato e hanno sempre investito nel settore giusto al momento giusto. Per fare un esempio, nel momento in cui vi fu il boom del gioco online, furono proprio società con base in Israele a fare la parte del leone al livello mondiale. E anche per quanto riguarda i settori del trading online, società isrealiane determinano una quota di mercato rilevante, con innovazioni tecnologiche e concettuali.
Non solo internet
Ma non dobbiamo focalizzare la nostra attenzione solo su internet, anzi. Isreale ha saputo fare innovazione in moltissimi settori, a partire dall’agricoltura. Nessuno avrebbe mai pensato che il deserto si possa coltivare, eppure in Israele non solo è stato messo a coltura il deserto ma se ne ricavano prodotti che vengono esportati in tutto il mondo. E ovviamente non possiamo dimenticare il settore fondamentale degli armamenti e dell’intelligence.
Un esempio da seguire
Probabilmente il libro di Dan Senor e Saul Singer potrebbe essere un’interessante lettura per tanti politici italiani, politici che in effetti avrebbero bisogno di concentrarsi sul bene comune e sulla necessità della crescita piuttosto che sui loro interessi particolari. Questo non significa rinunciare alle proprie idee o ideologie, anzi. Significa però rinunciare agli interessi delle caste (e in Italia sono tante, non solo quella della politica) e rimboccarsi le maniche per un futuro migliore.


















