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glassup

Se fossimo disattenti, come la maggior parte di coloro che si occupano di informazione tecnologica, diremmo che il progetto Glass Up è la versione italiana dei Google Glass. Ma non è così. Se vogliamo essere precisi dobbiamo dire che, al massimo, Google Glass è la versione californina del Glass Up Project, visto che questo progetto è partito prima.

Il progetto è frutto del lavoro e della passione di Francesco Giartosio che ci ha creduto fino in fondo, malgrado qualche difficoltà finanziaria durante il percorso: dopo tutto non ha a disposizione la grande potenza economica del colosso di Mountain View.

Nei prossimi giorni saranno in mostra al CEBIT di Hannover con un prototipo funzionante, la fiera di informatica più importante d’Europa, ma già adesso è possibile pre-aquistare gli occhiali presso il sito di GlassUp.

Pare che l’interesse per questo prodotto stia crescendo in maniera esponenziale e sicuramente il CEBIT porterà ad un ulteriore crescita. Gli occhiali consentiranno, in maniera semplice, di accedere alla propria casella di posta, al proprio account Facebook o Twitter e una miriade di applicazioni innovative, ad esempio sarà possibile avere in automatico la traduzione delle insegne quando si gira per le strade di Pechino.

Una caratteristica molto interessante del progetto sta nel fatto che gli occhiali saranno utilizzabili anche da coloro che hanno problemi di vista: un mercato immenso, visto che una percentuale significativa della popolazione mondiale ha difetti visivi e deve indossare occhiali da vista per correggerli.

glassup

Tutto il progetto nasce da una passione del fondatore per il campo dell’Human Computer Interaction, cioè di quella disciplina di confine che studia la maniera ottimale di impostare la comunicazione tra l’Uomo e il Computer, inteso in senso lato visto che ormai l’intelligenza computazionale è diffusa in una miriade di differenti dispositivi, dagli smartphone fino agli smart glass.

L’ambiete sarà aperto: entre Aprile 2013 sarà messa a disposizione degli sviluppatori una SDK che consentirà di sviluppare nuove applicazioni. E sappiamo bene quanto siano importanti le applicazioni perché si affermi il successo di un nuovo prodotto tecnologico.

E’ quasi d’obbligo, a questo punto, confrontare il prodotto con il principale concorrente, Google Glass. Ebbene quello che è più evidente è una differenza abissale nel prezzo: i GlassUp saranno venduti a 350 euro (con ulteriori sconti per chi compra il prodotto in anteprima) mentre i Google Glass saranno venduti alla cifra rispettabile di 1.500 dollari (1150 euro al cambio odierno). Questa differenza di prezzo potrebbe veramente fare la differenza sui mercati mondiali.

L’augurio che facciamo a tutto lo staff del progetto Glass Up è quello di vincere la loro sfida e di fare il botto, come si dice. Non solo perché così contribuiranno, almeno nel loro piccoli, a contrastare il Moloch che sta divorando il mercato della tecnologia, Google, ma soprattutto perché sono italiani e hanno avuto il coraggio, restando in Italia, di imbarcarsi in una grande impresa.

In bocca al lupo!

 

Atooma

In un momento in cui sul futuro, soprattutto economico, del nostro paese si addensano nubi sempre più fitte, fa piacere parlare di start up italiane di successo o che comunque si avviano sulla via del successo. E oggi vogliamo parlare di Atooma (al momento della scrittura dell’articolo il link non funziona, probabilmente per un eccesso di traffico sul server) che ha appena ricevuto a Barcelona il premio come migliore applicazione al mondo.

Si tratta del Mobile Premiere Awards che viene organizzato nell’ambito Barcelona Word Congress, la massima iniziativa europea nell’ambito delle tecnologie mobile.

Atooma

Atooma è una storia di successo tutto italiano: nasce sostanzialmente dalla tesi di laurea del suo CEO, Francesca Romano,la quale voleva realizzare un innovativo sistema operativo mobile. Dopo la tesi, Romano con altri 3 soci mette in piedi questa start up che si pone l’obiettivo ambizioso di creare un’applicazione che consenta a tutti di programmare le proprie micro applicazioni anche senza conoscere alcun linguaggio di programmazione.

In pratica il concetto è quello di combinare in modo creativo le funzionalità che vengono nativamente messe a disposizione da uno smartphone (ad esempio, inviare un sms, rilevare la posizione con il GPS) con quelle di applicazioni sviluppate da terze parti. La logica di programmazione è molto semplice ed è basata su due costrutti IF e DO: in pratica è possibile dire al proprio smartphone di fare una determinate azione se si verifica una determinata condizione. Facciamo qualche esempio: è possibile impostare normalmente l’ora della sveglia, impostando però un anticipo di mezz’ora nel caso in cui ci siano condizioni meterologiche avverse. In questo caso, come si vede, si combina la sveglia (funzionalità tipica del dispositivo, molto semplice) con un’applicazione esterna che deve verificare le condizioni metereologiche.

Attualmente il prodotto è disponibile solo per sistema operativo Android.

I 4 si erano conosciuti all’Innovation Lab e riescono a mettere in piedi il loro progetto grazie al sostegno finanziario dell’incubatore romano EnLabs.

E’ evidente che un’applicazione del genere può essere molto interessante per gli utenti e infatti già 70.000 persone hanno scaricato e installato l’applicazione. E il successo è stato appunto premiato con l’ambitissimo riconoscimento, a cui tra l’altro hanno concorso ben 1400 aziende innovative.

Tuttavia il cammino di Atooma è solo all’inizio: l’azienda ha infatti in programma un ambizioso piano di sviluppo che prevede, come primo passo, lo sviluppo di un’applicazione per iOs. In questo caso le difficoltà tecniche sono alte, visto che il sistema Android è aperto e consente di accedere anche a basso livello al sistema mentre iOs è chiuso e non consente un accesso a basso livello. Questo significa che l’applicazione per iPhone sarà più leggere e offrirà agli utenti meno funzionalità.

Ma nei progetti di Atooma ci sono anche altre innovazioni: ad esempio l’integrazione fra cellulare e smart TV. Stiamo infatti per entrare nell’era dei tv intelligenti e potrebbero esserci funzionalità davvero incredibili che si potrebbero ottenere facendoli interagire con gli smartphone.

Per realizzare tutti questi progetti (e forse molto altro ancora) Atooma ha bisogno di capitali. Un riconoscimento ambito come quello che ha appena ottenuto potrebbe facilitarle la vita, anche perché in questo modo ha ottenuto una visibilità elevatissima. Per capirci, in questo momento il sito dell’azienda  non si riesce ad aprire a causa del sovraccarico del server.

Auguriamo allo staff di Atooma di riuscire a trovare in Italia i capitali necessari allo sviluppo e, soprattutto, di poter in breve tempo implementare un modello di business che consenta di monetizzare rapidamente il successo ottenuto.

twoorty

Twoorty è un social network giovane e interessante, nato in Italia e creato da italiani. Un progetto giovane e quindi ancora con qualche fragilità ma che ha tutte le potenzialità per farsi strada nel diffile mercato dei social network.

Oggi voglio lasciare la parola ad uno dei fondatori di Twoorty, Carlo Cludele, che ci spiega in breve in cosa consiste il progetto e in cosa si differenzia da Facebook e dagli altri social network:

Un nuovo social, chiamato Twoorty (www.twoorty.com), promette di rivoluzionare la vita degli utenti. O quantomeno di fornire una nuova chiave di lettura alla “vita social” di molti. Twoorty, nato dalla mente di due italiani – Carlo Crudele e Alice Cimini – e realizzato interamente in Italia, nasce alla fine del 2011 con un obiettivo preciso: mettere in contatto persone che abbiano interessi in comune.

twoorty

Non ci si affida più, quindi, al classico – e sempre più abusato – concetto di “amicizia”: se con ogni “amico” che abbiamo oggi sul nostro account Facebook potessimo fare un progetto, o anche solo una conversazione interessante, la nostra giornata sarebbe molto meno grigia. Su Twoorty, invece, si incontrano persone e contenuti davvero utili, perché sono modellati sulla scorta dei nostri veri interessi: all’iscrizione, infatti, il sistema ci chiede cosa ci piace (musica, cucina, fashion, arti figurative…) e ci mette in contatto direttamente con persone affini a noi.

Che vuol dire, in pratica? Che le cose che postiamo arrivano dritte alla platea potenzialmente interessata, e che sulla nostra bacheca riceveremo solo cose che davvero rispecchiano i nostri gusti. È il sogno dell’informazione mirata: dimmi cosa ti piace e ti dirò cosa leggere, chi incontrare, con chi fare progetti per una cena o, chissà, per un’attività lavorativa. Non per niente Crudele e Cimini hanno definito Twoorty una “knowmunity”, ovvero una community del sapere condiviso.

E Twoorty ci aiuta nella categorizzazione dei contenuti grazie a un algoritmo proprietario che riconosce l’argomento dei nostri post, siano essi link esterni o “status” creati da noi: Twoorty li analizza, propone un argomento (cui se ne possono aggiungere altri tre) e diffonde il contenuto a tutti gli interessati. Una manna per mille tipologie di persone, dai giornalisti in erba agli artisti indipendenti, passando per chi ha semplicemente competenza in un dato argomento e cerca persone che “parlino la sua stessa lingua”: nessun bisogno di elemosinare passaparola e condivisioni, come accade sul vecchio Facebook, visto che su Twoorty è il contenuto a raggiungere l’utente, se sei interessato, e non quest’ultimo a doverlo faticosamente rintracciare.

Twoorty ha pensato anche ai blogger: agganciare il proprio blog, infatti, è molto semplice. Così, se ho un blog di cucina, tutte le mie ricette (magari, perché no, in formato video!) andranno direttamente alle “buone forchette” del social network. Anche in questo caso, un metodo – come dicono in Twoorty – “100% virale, 0% spam”.

blackberry z10

RIM, l’azienda canadese che ha inventato il BlackBerry, non naviga in buone acque. Un prodotto che anni fa era assolutamente innovativo e che dunque le ha consentito livelli di vendita davvero elevati, nel tempo non è stato innovato ed è stato dunque superato da altri dispositivi, iPhone in testa. Ma adesso pare che le cose stiano per cambiare: l’azienda si è rinnovata, ha cambiato nome diventando anche ufficialmente BlackBerry (anche se adesso sarà difficile capire, quando si parla, se ci si riferisce all’azienda, al telefono o al sistema operativo) ed è stato infatti lanciato un nuovo modello che supera tutti i problemi del passato e che si pone in diretta concorrenza con gli smartphone di fascia alta, come iPhone e Samsung Glaxy S3.

blackberry z10

Il nuovo BlackBerry Z10

Superamento dei limiti dei vecchi BlackBerry

La prima cosa che balza agli occhi è il superamento dei limiti dei BlackBerry classici: finalmente è stato introdotto un touch screen, che peraltro funziona molto bene, che ha sostituito l’obsoleta tastiera. E, cosa ancora più importante, finalmente ci si potrà collegare a internet e a tutti i servizi di rete con una qualsiasi offerta dati, senza dover sottoscrivere un piano dedicato al BlackBerry. E’ evidente che queste due limitazioni stavano facendo erodendo, giorno dopo giorno, la quota di mercato di RIM, ma non è detto che averle risolte possa rimettere in ordine le cose.

Un buon smartphone ma…

Sicuramente si tratta di uno smartphone di qualità, dedicato alla fascia di utilizzo business ma con eccellenti prestazioni anche multimediali. Il prezzo è elevato, 700 euro, e si colloca appunto nella fascia top. Tuttavia ci chiediamo se, per questo prezzo, valga la pena acquistare il prodotto. Dopo tutto è buono, ma non offre alcuna funzionalità innovative. Insomma, se qualcuno dovesse chiedere a RIM qual è il punto di forza rispetto all’iPhone, probabilmente otterebbe una bella presentazione marketing oriented, ma niente di concreto. E’ proprio questo il problema: si tratta di una copia di iPhone o Samsung S3, RIM ha perso completamente la carica innovativa del passato. Forse grazie a questo modello potrà sopravvivere come azienda ma di fatto la sua fetta di mercato sarà marginale. Un esempio concreto di come nel mondo della tecnologia le posizioni di mercato conquistate non sono assolutamente stabili, ma dipendono sempre e comunque dalla qualità dei prodotti e delle innovazioni.

Il caso Alicia Keys

La presentazione ufficiale di Alicia Keys come direttrice creativa di BlackBerry

Alicia Keys è una cantante, piuttosto nota, che è stata nominata direttrice creativa di RIM (ormai BlackBerry). Probabilmente si tratta di una scelta dettata più dal marketing che da ragioni operative visto che non sono noti approfonditi studi tecnici da parte della show girl.

Tuttavia poco dopo la nomina è scoppiata la bufera mediatica: la cantante nella sua vita quotidiana utilizza un iPhone e non un BlackBerry. Scoprirlo è stato molto facile, grazie a Twitter. Il caso è sintomatico: se BlackBerry non riesce a convincere nemmeno coloro che lavorano (con compensi stellari) alle sue dipendenze, come spera di conquistare i mercati mondiali?

 

Il servizio PPV di USTREAM

Mentre in Italia ci si interroga sul futuro della tv digitale, discutendo di tecnologie già morte in partenza come il digitale terrestre, oltre oceano sembrano voler seguire altre direzioni. L’agenda digitale è completamente sparita dai dibattiti politici di questi giorni, nessuno ne parla più.

Nel mondo le più grosse aziende di Informatica hanno già lanciato i loro prodotti basati come Google TV ed Apple stessa con dei dispositivi che da noi non sono ancora diffusi, possiamo già ritenerci fortunati se riceviamo i canali del digitale terrestre. A onor del vero devo dire che ci sono delle applicazioni come i servizi di SkyGo e Premium Play che cercano di intraprendere quella strada. La precondizione è avere una connessione alla rete affidabile, cosa non sempre vera in Italia.

A proposito di streaming in questi giorni Ustream, celebre servizio di eventi live  ha lanciato dopo un paio di anni di sperimentazione un servizio che dovrebbe aiutare gli editori a monetizzare i propri video. Si tratta di un servizio in Pay Per View in cui è possibile schedulare i propri eventi online offrendo l’acquisto dei biglietti il cui prezzo può essere fissato liberamente.

Il servizio PPV di USTREAM
Il servizio PPV di USTREAM

Come funziona Ustream Open PPV

Uno strumento vero e proprio per creare eventi in diretta sfruttando meccanismi di pay per view. Ustream è da sempre attenta agli eventi in diretta, ieri è stato infatti trasmesso l’evento legato al lancio della Playstation 4. Open PPV, questo è il nome del servizio di streaming,  è accessibile a tutti gli organizzatori di eventi live.

Per gli incassi è possibile utilizzare PayPal o le principali carte di credito. Per ora i numeri sono buoni, più di 4 mila eventi sono stati veicolati tramite questa nuova piattaforma con degli ottimi incassi per gli organizzatori ed anche per Ustream che fa pagare ovviamente per il suo servizio.

Fondamentalmente i piani sono quattro. Si va da un account gratuito con 10 Gb di memoria video disponibili per poi passare a piani Starter (99$ al mese), Standard (400$ al mese e 4 mila ore di visione senza alcuna pubblicità) fino all’Enterprise ($999 dollari al mese con 9 mila ore di visione senza spot).

Il futuro della tv digitale ed i servizi on demand sono argomenti di dibattito molto attuali tanto che anche in Italia ci si interroga su come sfruttare questi canali. L’interesse è anche dimostrato dalla stessa Google che offre agli editori uno strumento simile come YouTube live già sfruttato dal canale LaCosa di Beppe Grillo per lo #tsunamitour e da Vimeo che ha introdotto mesi fa un servizio per consentire ai creatori di video di guadagnare.

Insomma la guerra dei video on demand anche per i piccoli editori è iniziata.

appgratis

Abbiamo già discusso, qualche tempo fa, con un articolo che si chiedeva se la content curation fosse un’attività seria oppure una moda passeggera. Ebbene, qualunque sia la risposta a questo interrogativo, sicuramente la content curation sta diventando un grande business. Per prima cosa stanno spuntando come funghi corsi che spiegano ai neofiti come fare content curation: si tratta di un business molto lucroso visto che non dipende assolutamente dai risultati effettivi che si riescono ad ottenere ma semplicemente dalla capacità di far balenare nella mente degli interessati il miraggio di un guadagno elevatissimo.

Ma iniziano anche a presentarsi esempi concreti di piccoli imprenditori di internet che grazie alla content curation riescono ad ottenere dei risultati economici molto interessanti.  Il caso di cui vogliamo parlare oggi è quello di AppGratis, fondata dall’imprenditore francese Simon Dawlat quando era ancora uno studente. Si tratta di un’applicazione gratuita che ha avuto un successo strepitoso: è stata infatti scaricata da più di 10 milioni di utenti. Ma ancora più grande è il successo in termini di utilizzo effettivo: ben 3 milioni di persone, secondo quanto dichiarato dallo sviluppatore, utilizzano l’applicazione tutti i giorni.

Ma che cosa fa AppGratis?

Semplicemente, segnala ogni giorno una nuova applicazione all’interno del App Store di Apple. Un servizo che si rende sempre più necessario visto che le applicazioni disponibili sono orami più di 750.000. Ed anche un segno dell’evoluzione del web: si fa, in questo caso, application curation utilizzando proprio un’applicazione.

appgratisIl fondatore di AppGratis, Simon Dawlat

C’è da dire che in questo caso si tratta di una forma di curation che ha, al suo interno, una fonte componente di marketing visto che le applicazioni segnalate (una al giorno) sono di solito applicazioni a pagamento che diventano gratis per un giorno. E ovviamente ad AppGratis viene riconosciuta, in diversi casi, una commissione da parte degli sviluppatori delle applicazioni. Ed è proprio grazie a queste commissioni che l’azienda è arrivata a incassare più di un milione di euro al mese e a potersi permettere uno staff di 30 persone che si occupa, oltre che degli aspetti tecnici, soprattutto di scovare applicazioni interessanti per gli utenti.

Il fatto che così tanti utilizzino questo tipo di servizio dimostra, una volta di più, che per pescare il meglio dal mare di informazioni, servizi e applicazioni disponibili gratis (o a pagamento) su internet non bastano più i motori di ricerca: ci vuole anche la scelta editoriale di curatori. Un po’ un ritorno all’antico, se vogliamo, visto che agli albori del web le risorse più interessanti erano organizzate in directory.

Un’ultima annotazione: questo articolo e queste riflessioni mi sono state suggerite da una segnalazione di Robin Good (fatta qui), uno dei massimi esperti di content curation italiana…

I social network  come sappiamo vengono usati un po’ da tutti come passatempo o per creare relazioni professionali, per condividere con le proprie cerchie di amici contenuti interessanti.

Uno dei più famosi è sicuramente Twitter che è riuscito a portare praticamente tutti i grandi giornali, sia online che tradizionali a creare contenuti da veicolare tramite la propria piattaforma. Oggi i post non sono costituiti solo da rimandi a contenuti del proprio sito ma sono effettivamente dei contenuti nuovi tant’è che la stessa azienda si è posta il problema di come monetizzare il grande flusso di traffico che la piattaforma è in grado di generare.

Di chi sono i contenuti che si pubblicano in rete ?

Abbiamo già parlato di questi aspetti con un articolo dedicato ad Instagram. Molto spesso si tralasciano le condizioni d’uso prendendo troppo alla leggera ciò che facciamo, in realtà offriamo linfa vitale a questi siti che danno un servizio sicuramente utile ma che puntano poi, come è inevitabile, a fare business.

C’è un grande interesse attorno al mondo dell’editoria digitale anche perchè siamo in una fase di transizione assoluta, divisi tra chi profetizza la fine dei grandi giornali e chi invece auspica una trasformazione di questi in qualcosa di diverso. E così c’è chi ha capito come il flusso di Twitter possa diventare “monetizzabile” . E’ il caso del servizio offerto dal sito Twylah.

twylah-logo

Twylah è ancora una beta che si sta evolvendo, ora punta a far monetizzare a brand e celebrità il proprio flusso.

In pratica è in grado di aggregare i tweets presentandoli per argomento in maniera automatica, un po’ come avviene per altri servizi di curation come paper.li che però funziona attraverso conessioni a canali RSS. L’obiettivo è di evidenziare quei tweets importanti che potrebbero sfuggirci a causa dell’enorme flusso a cui siamo sottoposti su Twitter presentandoli in maniera accattivante e divisi per argomento. I contenuti multimediali come foto, video e podcast vengono inoltre inclusi.

I creatori si chiedono come mai i media tradizionali o le celebrities offrano tutta una serie di contenuti ed in modo gratuito a Twitter. Probabilmente non si accorgono che questo social è entrato nella quotidianità delle persone perchè offre un servizio utile ed estremamente facile da usare, non solo un regalo di pubblicità gratuita. I fondatori insistono sul fatto che grosse testate giornalistiche dovrebbero stare attente a distribuire i propri contenuti nelle mani di qualcuno che potrebbe poi acquisirne la proprietà.

Ecco come appare un profilo:

twylah-profilo

Dal suo punto di vista Twylah cerca di offrire:

  • un formato molto più user-friendly dei tweets di un autore

  • un modo per monetizzare inserendo spazi pubblicitari

  • sotto domini in cui convogliare i contenuti in modo da non dover “abbandonare” il sito dell’autore

  • statistiche dettagliate

Staremo a vedere se verrano proposti dei servizi utili, se si tratta solo di presentare meglio i dati sono sicuro che dalle parti di Twitter prenderanno sicuramente delle contromisure.

Uno studio realizzato da Pew Research Center & American Life Project e pubblicato a San Valentino ha evidenziato la distribuzione demografica degli utenti sui principali social network nel 2012.

Sono stati messi a confronto i più noti come Facebook, Twitter, Pinterest e anche Tumblr un servizio che in Italia si usa ancora poco. L’indagine ha riguardato principalmente gli utenti dell’America Latina e dei paesi anglosassoni, le lingue di riferimento sono dunque l’inglese e lo spagnolo.

Sono i giovani che sviluppano la probabilità maggiore di utilizzare questi social, in tempi e modi diversi. Un dato che non sorprende dunque, quello che mi sorprende a livello personale è la mancanza dei dati su Google+ che trovo sia in netta crescita ma viene ignorato. Probabilmente questo alimenterà la convinzione in alcuni che sia un servizio dedicato esclusivamente ai professionisti del web.

Quando si presentano dei dati è buona norma evidenziare anche la metodologia con la quale sono stati raccolti i dati, cosa che trovi qui.

Ma vediamo alcuni dati. Sono stati intervistati 1802 soggetti in un arco temporale che va dal 4 Novembre 2012 a dicembre 2012 sfruttando i canali telefonici.

social-media-users

chi-sono-utenti-social

Facebook

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Viene usato praticamente da tutti, circa il 66% degli intervistati lo usa con regolarità

  • Maggiore presenza delle donne

  • I giovani adulti sono in maggioranza

Twitter

twitter-users

Anche i dati di Twitter sono interessanti, sarebbe utile averli anche per gli utenti italiani. Ad ogni modo:

  • da novembre 2012 ad oggi sono più che raddoppiati

  • hanno raggiunto quota 16%

  • hanno meno di 50 anni

  • sono in maggioranza nella fascia di età che va dai 18 ai 29 anni

  • sono concentrati maggiormente nei grossi centri urbani

Immagino che in Italia, a causa dei grossi ritardi nelle infrastrutture di rete saranno concentrati quasi tutti nelle città.

Instagram

In Italia, complice anche l’acquisto da parte di Facebook, è cresciuto molto anche se deve fare i conti con altri servizi tipo Vine.

instagram-users

Ma vediamo alcuni dati su :

  • sono più donne e hanno meno di 50 anni

  • hanno maggiore probabilità di essere residenti nei centri urbani

  • il 13% utilizza i filtri fotografici di Instagram

  • sono più afro-americani

Pinterest

E’ il social usato dalle donne. In Italia ho riscontrato personalmente questa tendenza per dei progetti che ho seguito per alcune aziende legate al mondo del benessere femminile.

pinterest-users

I dati ci dicono che :

  • rappresentano il 15% degli utenti

  • sono in maggioranza donne (il rapporto è 1 a 5)

  • sono giovani e ben istruiti

  • è un social estremamente popolare per le fasce di età 18-29 e 30-49

Potete trovare altri dati anche su Tumblr che risulta essere usato esclusivamente da giovani nel rapporto completo scaricabile in pdf dal sito.

accordo tra google e apple

Negli ultimi mesi ci siamo abituati a pensare a Google e Apple come due grandi Campioni che si affrontano, senza esclusione di colpi, per il dominio del mercato dei dispositivi mobili. Tuttavia Google e Apple sono molto meno nemici di quanto si possa pensare: fino a qualche anno fa esistevano pesantissimi intrecci nei consigli di amministrazione. E ancora oggi le due grandi compagnie fanno affari insieme. E’ un dato di fatto noto, ma oggi se ne parla perché uno studio di Morgan Stanley ha quantificato in ben 1 miliardo di dollari la cifra che quest’anno Google pagherà a Apple affinché il suo motore di ricerca sia quello impostato di default su ogni dispositivo venduto.

accordo tra google e apple

I termini dell’accordo sono i seguenti: Google paga  3,3 dollari (con la prospettiva di arrivare a 4,4 entro 3 anni) per ogni dispositivo iOs che viene venduto con il suo motore di ricerca impostato come default. Inoltre, Apple incassa il 75% degli introiti pubblicitari dovuti ai click dei suoi utenti su annunci sponsorizzati.

Proiettando queste cifre rispetto alle previsioni di vendita, si capisce bene come la torta degli annunci pubblicitari porta ad Apple una fetta di 1 miliardo di dollari all’anno. E’ evidente che i profitti più grandi sono quelli di Google che dimostra di saper dominare il mercato con una politica commerciale che potremmo definire aggressiva (anche se ci vengono in mente altri aggettivi che non usiamo).

E gli utenti? E gli sponsor?

E’ evidente che a pagare per i profitti di Google & Apple sono proprio gli sponsor che sono costretti a pagare un prezzo superiore per singolo click proprio perché Google deve generare sufficienti revenue per renumerare Apple. E non è un caso che da qualche tempo a questa parte, gli inserzionisti non possano più decidere quale sia la rete su cui far visualizzare i propri annunci, ad esempio escludendo completamente la rete mobile. Google vuole monetizzare al massimo il traffico mobile e quindi punta a trascinare quanta più pubblicità possibile proprio su questo tipo di dispositivi. E non importa se diversi studi molto approfonditi hanno dimostrato che la pubblicità su questi dispositivi converte molto meno, in termini di vendita, rispetto a quella mostrata su un PC.

Di fatto questo atteggiamento aumenta sensibilmente i costi sostenuti dagli inserzionisti, impoverendo decisamente l’ecosistema digitale. E anche per gli utenti, che si trovano a dover utilizzare un sistema operativo impostato per default, le cose non sono certo tutte rose e fiori.

Quello che lascia stupiti è il comportamento piuttosto passivo dell’antitrust rispetto a questi comportamenti: anni fa ci fu un turbinio di cause, con multe pesantissime, contro Microsoft, accusata di far utilizzare il proprio browser Internet Explorer di default sui pc venduti con sistema operativo Windows. Da notare che da Internet Explorer Microsoft non guadagnava (e non guadagna) assolutamente nulla. Viceversa Google monetizza quasi tutte le ricerche fatte attraverso il suo motore, mediante i click sugli annunci sponsorizzati.

Un’ultima annotazione: la forza di Google è stata per anni nella preferenza da parte degli utenti. Gli utilizzatori hanno preferito e scelto le tecnologie di Google perché funzionanvano meglio, non perché erano imposte o perché se le ritrovassero prempostate sul proprio dispositivo. Se adesso il colosso di Mountain View deve spendere 1 miliardo di dollari per imporre il proprio motore, forse qualcosa sta succedendo….

Gli appassionati di musica in Italia hanno un nuovo alleato. E’ arrivato infatti da qualche giorno in contemporanea con l’avvio del Festival di San Remo 2013 il servizio Spotify.

Spotify è un servizio di streaming che permette di ascoltare e cercare la propria musica online condividendola anche sui social.

Per chi non sapesse cosa è possiamo vedere questo video su YouTube che mostra le “potenzialità” dell’applicazione

Insomma MySpace non ha fatto in tempo ad uscire e già si deve guardare le spalle da un concorrente temibile anche se i servizi offerti sono diversi.

Accesso e registrazione

L’accesso è semplice e si può fare sia via mobile che dal browser all’indirizzo www.spotify.com/it accedendo con Facebook oppure registrandosi con un account nuovo. Nel primo caso accedendo tramite Ipad accettando di usare l’applicazione da Facebook vengono impostate automaticamente le informazioni relative al brano che stiamo ascoltando e si da accesso ai propri dati personali.

Con la procedura di registrazione personalizzata, invece, ci viene proposto subito il tipo di account da creare: Gratis, Unlimited (4,99 € al mese), Premium (9,99 € al mese) o con un codice promozionale. Questo perchè la musica viene interrotta dalla pubblicità, ovviamente il modello di business è basato su questa, se si vuole un servizio superiore si deve pagare un canone. La versione Spotify Premium rispetto alle altre permette di scaricare anche dei brani sul dispositivo che si utilizza.

Terminata la procedura si procede al download per il sistema che state utilizzando (Windows o Mac). Durante il login ci viene proposto ancora una volta di connetterci al nostro profilo Facebook.

Come funziona

spotify-logo

Eseguito l’accesso troviamo in evidenza le Playlist di tendenza ed i Brani più ascoltati con le nuove uscite.

Altri servizi che vengono resi disponibili sono :

  • Inbox: permette di condividere musica con gli amici

  • Radio : ci sono dei generi musicali che possiamo selezionare e che riproducono dei brani. Non è una radio per come la intendiamo.

  • Playlist : possibilità di creare degli elenchi di canzoni personalizzati

  • Contatti : ci indica quali dei nostri amici usano l’applicazione per scoprire cosa stanno ascoltando

Per il momento ci sono ancora delle ore di prova gratuite prima dell’interruzione degli spot pubblicitari, se non li volete insomma occorre pagare. La qualità dell’audio devo dire che è buona almeno su Ipad.

La strategia è chiara ovvero combattere la pirateria portando la musica ovunque. E’ in arrivo anche. a quanto dichiarano i manager di Spotify, un accordo con Samsung per portare l’applicazione sugli SmartTV. Ovviamente il successo dipenderà da quanti utenti utilizzeranno il servizio a pagamento anche perchè dovranno fare i conti sia con i costi di aggiornamento e sviluppo e sia con i diritti da pagare alle case discografiche che probabilmente rosicchiano la maggior parte dei ricavi.

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