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Vincenzo Colonna

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Laureato in Informatica, si occupa da 10 anni di internet e nuove tecnonologie attraverso diverse iniziative imprenditoriali.

Israele start up nation

L’idea di start up è associata all’idea di innovazione e di successo, a giovani visionari che grazie alle loro idee riescono a cambiare il mondo, rendendolo migliore. E di solito lo fanno in modo rapido: le idee innovative sono virali, raggiungono l’apice del successo in poco tempo, spesso con esaltanti marce trionfali.

Ma qual è il luogo perfetto per creare una start up?

Dovrebbe essere un luogo dove, per prima cosa, ci sia abbondanza di intelligenza e talento, perché il fattore numero uno dell’innovazione è l’intelligenza. Dovrebbe poi essere un luogo in cui sia semplice fare impresa, senza troppa burocrazia, e con infrastruttura adeguate. L’analisi di questi fattori è stata fatta, scientificamente, da Startup Genoma, una start up (e ci mancherebbe altro) fondata da esperti di start up e di data mining che si prefigge di analizzare, in maniera rigorosamente scientifica quali sono i fattori di successo di una start up, in modo da rendere il fenomeno riproducibile.

Ebbene, Startup Genoma ha steso una classifica delle migliori città o aree del mondo per creare una start up: il primo posto è piuttosto scontanto, Silicon Valley. Ma è il secondo quello che sicuramente stupisce di più, almeno i non addetti ai lavori e coloro che si fermano alla scarsa informazione (molto meglio sarebbe dire disinformazione) fornita dai media mainstream italiani. La seconda città del mondo dove le start up hanno più possibilità di fare business è Tel Aviv. E la cosa è tanto più sorprendente se consideriamo che, in fondo Israele di cui Tel Aviv è una delle città più importanti insieme alla capitale Gerusalemme, è molto piccolo (appena 7 milioni di abitanti), non ha risorse economiche o materie prime, e vive in uno stato di allerta perenne, visto che molti suoi vicini hanno l’obiettivo dichiarato di cancellarlo dalle carte geografiche.

The start up Nation

Israele start up nation

Eppura Israele ha prodotto più start up di paesi ricchi, stabili e pacifici come Cina, India, Corea, Canada e Regno Unito. Un vero e proprio miracolo che è stato descritto da Dan Senor e Saul Singer nel libro “Start up Nation”. Un libro che ripercorre la storia del miracolo economico israeliano, un miracolo fatto di tecnologia innovativa, innovazione tecnologica e investimenti. Ma che trova i suoi fondamenti anche nella forza d’animo di un Popolo che, malgrado le immense difficoltà e i drammi a cui la Storia lo ha sottoposto, ha sempre trovato il modo di evolversi e di dare il proprio contributo all’Umanità.

Dopo tutto lo stesso stato di Isreale può essere paragonato a una start up: un sogno che si è realizzato grazie alla fede incrollabile dei suoi fondatori e di coloro che hanno dato la vita per difenderlo, contro tutte le aspettative e contro tutti i nemici che lo hanno ostacolato in tutti i modi.

Settori ad alto rendimento

Dal punto di vista dello sviluppo delle tecnologie innovative dobbiamo ammettere che le aziende hi tech con sede in Israele hanno sempre saputo cogliere i trend del mercato e hanno sempre investito nel settore giusto al momento giusto. Per fare un esempio, nel momento in cui vi fu il boom del gioco online, furono proprio società con base in Israele a fare la parte del leone al livello mondiale. E anche per quanto riguarda i settori del trading online, società isrealiane determinano una quota di mercato rilevante, con innovazioni tecnologiche e concettuali.

Non solo internet

Ma non dobbiamo focalizzare la nostra attenzione solo su internet, anzi. Isreale ha saputo fare innovazione in moltissimi settori, a partire dall’agricoltura. Nessuno avrebbe mai pensato che il deserto si possa coltivare, eppure in Israele non solo è stato messo a coltura il deserto ma se ne ricavano prodotti che vengono esportati in tutto il mondo. E ovviamente non possiamo dimenticare il settore fondamentale degli armamenti e dell’intelligence.

Un esempio da seguire

Probabilmente il libro di Dan Senor e Saul Singer potrebbe essere un’interessante lettura per tanti politici italiani, politici che in effetti avrebbero bisogno di concentrarsi sul bene comune e sulla necessità della crescita piuttosto che sui loro interessi particolari. Questo non significa rinunciare alle proprie idee o ideologie, anzi. Significa però rinunciare agli interessi delle caste (e in Italia sono tante, non solo quella della politica) e rimboccarsi le maniche per un futuro migliore.

Searcheeze

L’idea di start up è spesso associata all’idea di un successo clamoroso, di ragazzi che partono da un garage e arrivano alle stelle. I casi di Google, di Facebook, di Apple, sono citati molto spesso dalla stampa e sono i modelli a cui chi fonda una start up si ispira.

Ma non tutte le start up hanno successo, anzi il tasso di fallimento è piuttosto alto, soprattutto in Italia dove mancano le condizioni per fare impresa, oltre che per fare innovazione.

E oggi voglio segnalare la fine, letteralmente, di una start up italiana molto innovativa e con un progetto di business interessante, la content curation collaborativa. Si tratta del progetto NextMags, che fino a qualche mese fa era online con un marchio diverso, Searcheeze. L’idea alla base del progetto era estremamente interessante: consentire agli utenti di fare content curation in collaborazione con altri utenti, costituendo quindi una modalità alternativa a Google di organizzazione dei contenuti sul web.

Searcheeze

Ebbene il CEO e fondatore dell’azienda ha comunicato ufficialmente ieri di aver fermato il servizio: i server sono stati spenti. L’azienda era arrivata ad occupare ben 25 impiegati e aveva raccolto, a più riprese, finanziamenti da parte di investitori esterni. Un fallimento doloroso, quindi, perché coinvolge numerosi attori, dipendenti che perdono il lavoro e, peggio ancora, investitori che vedono evaporare i loro soldi. Il CEO dell’azienda ha ammesso, sul suo blog personale, le sue responsabilità nel fallimento e questo gli fa onore. Ma perché una start up non arriva al successo?

I sogni son desideri?

Fare innovazione è difficile, molto difficile. Si tratta di avventurarsi in territori mai esplorati, di elaborare nuove idee ma soprattutto di renderle economicamente convenienti. Perché creare un portale web costa: bisogna pagare programmatori, grafici, marketer. Bisogna comprare server e banda. Insomma, ci vogliono molti soldi per far funzionare un servizio internet. E se poi l’azienda ha fisicamente sede in Italia bisogna aggiungerci anche il peso dello Stato e della burocrazia.

I soldi servono e una start up deve essere appetibile per i finanziatori, attirare investimenti esterni per riuscire a sopravvivere fino a diventare davvero profittevole. E’ vero che il sogno di tutti i giovani nerd è diventare uno startupper di successo. Ma se si vive, e soprattutto si vuole fare impresa,  in Italia tutto diventa estremamente più complicato.

I sogni possono essere anche desideri di felicità, ma se non si hanno i soldi per realizzarli possono trasformarsi in incubi e il risveglio può essere molto amaro.

La conquista del successo

E’ anche vero che spesso un imprenditore innovativo di successo può dare il meglio di sè alla seconda esperienza imprenditoriale, non alla prima. Infatti chi sbaglia fino a portare un’azienda alla chiusura può apprendere dai suoi errori e dalla sua esperienza, riuscendo quindi a fare molto meglio al suo secondo tentativo.  Questa è un’idea molto diffusa in USA e probabilmente vera, ma che in Italia non è sicuramente.

In Italia se la tua azienda ha fallito, sei un fallito, anche se ti sei impegnato al massimo e hai creato dei progetti e prodotti innovativi.

apple ebook

Il mercato degli eBook è in fermento: la diffusione dei tablet e dei reader fa sì che questo settore, da sempre considerato di nicchia stia diventando un campo di battaglia per i grandi editori. Dopo tutto l’eBook consente agli editori di tagliare i costi: non devono stampare fisicamente il libro, non devono distribuirlo, non devono riconoscere salate commissioni ai librai. Con gli eBook tutto è più semplice e meno costoso, persino per gli utenti.

apple ebook

E probabilmente il 2013 sarà l’anno dell’affermazione definitiva di questo mercato. Per dare solo un dato, il Kindle di Amazon ha conosciuto un vero e proprio boom di vendite in questo periodo pre-natalizio. E sicuramente moltissimi di coloro che riceveranno un Kindle per Natale lo utilizeranno per leggere qualche eBook nel 2013 (anche se è possibile che una parte dei dispositivi regalati finisca a far compagnia alla compagnia di cravatte sgargianti mai indossati o ad altri regali di Natale non utilizzati).

Apple cerca di farla da padrone, forte dei milioni di clienti che dispongono di un iPad o di un iPad Mini (questo prodotto, anzi, è stato pensato proprio per sfondare nel mercato dell’editoria online). L’azienda di Cupertino ha tentato di imporre agli editori una politica dei prezzi piuttosto aggressiva, facendo leva proprio sulla sua posizione dominante: di fatto ha vietato a tutti gli editori che vendono libri sul suo store di applicare prezzi più bassi su store concorrenti.

Un vero e proprio schiaffo alla libera concorrenza e, infatti, la Commissione Europea è intervenuta rapidamente e ha costretto Apple ad una veloce, e un po’ umiliante, retromarcia: a tutti gli editori è stata inviata una comunicazione ufficiale in cui viene concesso loro il diritto a vendere i propri contenuti dove vogliono e al prezzo che vogliono. Una piccola vittoria per i consumatori e, probabilmente, un ulteriore incentivo alla diffusione di questo nuovo strumento.

Probabilmente alla notizia hanno brindato anche i grandi competitors di Apple, a partire proprio da Amazon che sta investendo moltissimo in questo settore.

Dopo tutto è dimostrato che il libero mercato è il miglior modo per diffondere un prodotto e un’idea nuova.

twitter e la social tv

Lo sviluppo dei social network sta cambiando la nostra vita? Probabilmente sì, in molti settori. Sta cambiando il nostro modo di vivere le relazioni, di condividere contenuti e interessi, persino di fare acquisti visto che si diffondono sempre più siti e community di social e-commerce. Ma la notizia che viene dagli USA oggi è ancora più interessante: Twitter, uno dei social network più diffusi, e Nielsen, agenzia specializzata nella misurazione statistica dell’audience dei programmi TV, hanno stretto un accordo.

Misurare il gradimento di un programma TV con Twitter

twitter e la social tv

Noi italiani ci affidiamo ancora ai dati Auditel, la cui affidabilità è ormai quasi nulla, mentre negli USA stanno cercando di capire a fondo il gradimento degli utenti nei confronti dei programmi televisivi. Ecco perché Nielsen e Twitter metteranno in campo un meccanismo, chiamato Nielsen Twitter Tv Rating che, in tempo reale, analizzerà i tweet degli utenti relativi ai programmi TV trasmessi in quel momento.

Grazie a questo stumento le emittenti avranno la possibilità di analizzare il gradimento dei telespettatori verso i programmi trasmessi e soprattutto gli inserzionisti pubblicitari avranno il vantaggio di poter ottimizzare le loro campagne in base ai feedback degli utenti, una pratica comune nel mondo della pubblicità online ma praticamente sconosciuta nel mondo della TV, ancora legato a paradigmi vecchi di 40 anni.

La fruzione della TV diventa social

E in effetti la TV è una tecnologia vecchia. Malgrado si parli da tempo di innovazioni clamorose, come la favoleggiata TV Apple che però ancora non arriva sui mercati, il paradigma di fondo della TV non è cambiato. Ci sono state innovazioni clamorose nella tecnologia con gli schermi piatti che hanno sostituito il classico tubo catodico, con l’alta definizione, eccetera, ma il modello di fondo rimane sempre quello di una comunicazione che “Uno a Molti”: vi è un emittente che trasmette i programmi e degli telespettatori che ne usufruiscono.  Negli ultimi anni però c’è stata la rivoluzione dei social network, e quindi anche la fruizione della TV è cambiata, almeno per quanto riguarda gli utenti più smaliziati.

Durante la messa in onda di un programma, quindi, è possibile twittare, condividere su Facebook o su qualunque altro social network, le proprie impressioni, commenti e idee. Idee che possono essere raccolte dal conduttore e, soprattutto, possono circolare tra coloro che stanno in quel momento guardando la trasmissione. E persino in Italia molte trasmissioni hanno iniziato a creare hashtag che possono essere utilizzati dai telespettatori per partecipare interattivamente alle trasmissioni.

Di fatto, quindi, il modello di comuniocazione sta lentamente cambiando da “Uno a Molti” a “Molti a Molti” e il Nielsen Twitter Tv Rating ne tiene conto. Tra l’altro Twitter è un social network che ha tra i suoi utilizzatori soprattutto utenti avanzati, quindi con una cultura di spesa superiore e, molto spesso, una capacità di acquisto più alta della media. Dunque un pubblico ideale per gli inserzionisti.

Social TV: la prossima killer application?

Il CEO di Endemol, Ynon Kreiz,  è uno che di TV se ne intende, visto che guida la casa di produzione che ha inventato format dal clamoroso successo planetario come il Grande Fratello. Ebbene, durante la conferenza Digital Life Design del gennaio 2011 ha dichiarato che social “media meets television is the next big thing”, in pratica il matrimonio tra social network e televisione sarebbe la prossima killer application, il prossimo prodotto innovativo in grado di acquistare, in poco tempo, grandi masse di clienti. Un po’ come è successo con i tablet, trainati dal successo dell’iPad. Attualmente sul mercato mancano dei prodotti tecnologici all’altezza delle aspettative, insomma l’integrazie fisica tra TV e internet è ancora (un po’) lontana. Non è un caso che il grande Steve Jobs puntasse moltissimo su un nuovo modello di TV, ma pare che prima del 2014 non vedremo ancora sul mercato nessun prodotto (anche se pare che la famigerata Foxconn che produce la maggior parte dei prodotti della casa della Mela abbia già cominciato qualche primo test di collaudo). Per il momento, quindi, dovremo accontentarci di interagire di interagire con i nostri programmi TV preferiti usando smartphone e tablet.

instagram

Ha fatto notizia, negli ultimi due giorni, la decisione di Instagram di modificare le condizioni di utilizzo del servizio in modo da rendere possibile l’utilizzo delle foto degli utenti per fini commerciali, da parte dell’azienda, senza che agli utenti stessi venga riconosciuto alcun compenso economico. La reazione della rete è stata immediata: una protesta veemente ha attraversato i social network, costringendo infine l’azienda ha fare retromarcia: il management ha, infatti, dichiarati che si sono espressi male e che le foto degli utenti non potranno essere utilizzate e fini commerciali.

instagram

Il costo della tecnologia

Instagram è una startup che in poco tempo è arrivata a 100 milioni di utenti, un fenomeno che ha reso ricchi i fondatori che hanno da poco ceduto la loro start up a Facebook (il quale a sua volta ha battuto sul tempo Twitter, ma questa è un’altra storia).

Gli utenti amano molto il servizio offerto e infatti aumentano giorno dopo giorno, anche perché il servizio è completamente gratuito. E, fatto ancora più strano, è completamente privo di pubblicità. Ma l’azienda ha dei costi, anche piuttosto elevati: ci sono da pagare gli sviluppatori che scrivono e mantengono il software, i server che conservano le immagini degli utenti, la banda per andare su internet. Insomma i costi ci sono e sono anche alti. E vanno pagati da qualcuno. Stiamo parlando di un’azienda, non di un servizio sociale, e quindi Instagram ha l’obiettivo, giustamente, non solo di pagare i suoi costi interni ma anche di fare profitto. Questo spesso gli utenti delle applicazioni internet e dei social network lo dimenticano, pretendendo servizi perfetti, efficienti e soprattutto gratuiti. Ma dalla vita non si può avere tutto: bisogna arrendersi a pagare i servizi che si utilizzano oppure bisogna accettare che ci sia pubblicità.

Di chi sono i nostri contenuti sui social network?

Ma la vicenda Instagram è molto interessante anche per un altro motivo: ha reso noto al grande pubblico un problema che, probabilmente, alcuni esperti di nuove tecnologie avevano segnalato da tempo. Ogni giorno centinaia di milioni di persone utilizzano i social network, i servizi di condivisione, le piattaforme gratuite di blogging, i servizi di condivisione video per caricare contenuti. Molto spesso lo si fa a cuor leggero, anzi per le nuove generazioni caricare una foto su Facebook o un video su Youtube è quasi un riflesso condizionato.

Tuttavia spesso ci si dimentica che nel momento in cui utilizziamo uno qualunque di questi servizi, si accettano delle condizioni di utilizzo. E queste condizioni di solito lasciano ampia facoltà di utilizzo e riutilizzo dei contenuti caricati al gestore del servizio e talvolta persino la proprietà stessa (non è il caso di Instagram).

E’ un fatto legittimo, ho appena detto che un’applicazione internet è costosa da creare e gestire e chi lo fa ha diritto di coprire le sue spese e fare profitto, ma andrebbe compreso a fondo da parte degli utenti. E significa che quando carichiamo una foto su Facebook lo dovremmo fare riflettendoci. Facebook non è nostro, come non è nostro Instagram, non è nostro Youtube, non è nostro Blogger.

Che il senso dello Stato, dell’onestà e della pubblica decenza della nostra classe politica sia praticamente assente, è cosa nota. Ma leggendo le carte della recente indagine che ha scoperchiato il vaso di Pandora delle spese pazze alla Regione Lombardia, viene da pensare che c’è anche altro.

I politici italiani non sono solo ladri, scusate la semplificazione, sono anche arroganti, sono sicuri della loro impunità e dei lori privilegi, sono arroganti. Insomma, non si fanno problemi a spendere 800 euro per un aperitivo in un hotel di lusso di Milano e poi a metterlo in nota spese, come scopriamo ha fatto la nota consigliera regionale Nicole Minetti. Viene da chiedersi quanti litri di Crodino abbia ingurgitato la bella Nicole, le cui note spese ammontano a ben 27.000 euro.

nicole minetti
Nicole Minetti, consigliere regionale in Lombardia

Tra ristoranti di lusso e acquisti costosi, dalle indagini è venuta fuori anche una spesa molto più modesta, ma estremamente significativa: la Minetti ha messo in nota spese 16 euro utilizzate per acquistare il libro di Paolo Guzzanti Mignottocrazia.

Il senatore Guzzanti, ex sostenitore di ferro di Silvio Berlusconi, scrisse questo libro quando si rese conto del sistema di potere che si era creato attorno all’allora Presidente del Consiglio e i suoi libertini Bunga Bunga. E proprio una delle protagoniste del libro è la Minetti che avrebbe, almeno secondo l’autore e secondo la Procura della Repubblica di Milano, ottenuto il posto di candidata al Consiglio della Regione Lombardia non per i suoi meriti politici o sociali ma per ragioni puramente sessuali.

In questa sede non mi interessa, appurare, cosa abbia fatto (e a chi…) Nicole Minetti per arrivare al Pirellone. Interessa molto di più sottolineare come la totale mancanza del pudore di questa signorina vada ben al di là dell’aspetto sessuale. Insomma, usare i soldi pubblici per acquistare un libro che costa appena 16 euro e di cui, tra l’altro, si è protagonisti in modo negativo è uno schiaffo a coloro che, come si dice, non riescono ad arrivare alla fine del mese e comunque sono costretti a pagare tasse su tasse per mantenere in piedi la baracca.

Qualcuno dirà che in Italia si ruba da sempre, fin dall’Unità. E’ vero, non lo possiamo negare. Ma probabilmente si rubava con più stile, con l’aplomb democristiano o con il rigorismo morale del PCI (ricordiamoci Primo Greganti che si fece anni di galera per non rivelare nulla dei retroscena delle tangenti rosse).

Poi arrivarono i socialisti e la volgarità irruppe anche nella corruzione. Sulla scena politica fecero irruzione nani e ballerine (rimane quasi leggendario un congresso del Partito Socialista Italiano che si svolse a Bari e in cui ebbero una parte di rilievo le ballerine o supposte tali, almeno per quanto riguarda l’intrattenimento notturno dei delegati).

E dai nani e ballerine dei tempi socialisti siamo poi passati alla seconda repubblica, con il bunga bunga, la mignottocrazia e la mancanza anche solo del senso della misura.

A qualcuno può venire in mente di rivolgersi a Beppe Grillo ma forse sono in molti che stanno pensando aridatece Andreotti!

Può sembrare paradossale che uno dei primi post pubblicati su un magazine orientato all’attualità, all’innovazione e alle nuove tecnologie parli di un articolo pubblicato su un giornale più di 100 anni fa. Il fatto è che questo articolo è davvero attuale, anche se appunto sono passati quasi 104 anni.

gaetano salvemini
Lo storico e politico Gaetano Salvemini

Oggi voglio parlare di “Cocò all’Università di Napoli”, una lucida e spietata analisi scritta dal grande storico e politico italiano Gaetano Salvemini e pubblicata sulla “Voce” il 3 Gennaio 1903.

L’articolo parla di un fantomatico Cocò che va a Napoli a studiare da fuori sede e passa tutto il suo tempo a giocare, a bere, a divertirsi con i soldi che mammà gli manda sollecita senza impegnarsi affatto negli studi. Dopo qualche anno riesce, chissà come, ad ottenere una laurea e torna al suo paese di origine, dove però deve affrontare un problema non da poco: non sa fare nulla, visto che in tanti anni non ha imparato niente.

Se ha studiato giurisprudenza, non può fare l’avvocato né tanto meno è in grado di superare un concorso in magistratura. Se ha studiato lettere non è in grado di superare l’esame per insegnare nelle scuole medie. Se ha studiato medicina non è grado di fare il medico. E quindi che fa Cocò? Cerca di entrare nella pubblica amministrazione, fa di tutto per ottenere un posto al Comune.

Se la maggioranza lo appoggia, si schiera con la maggioranza, se si oppone, diventa un fiero oppositore e cerca, appunto, nell’opposizione il modo per ottenere la tanto sospirata sistemazione. Ovviamente una volta ottenuto il posto pubblico non si sprecherà con il lavoro e, anzi, probabilmente sarà corrotto, indolente e inefficiente.

E visto che c’è, Cocò procederà anche nella carriera politica, entrando a far parte di qualche partito per puro spirito opportunistico. Magari all’Università aveva fatto l’anticlericale perché andava di moda (faceva figo si direbbe oggi), ma da politico sarà tra i più vicini al Vescovo durante le processioni. O magari si candida con un partito e poi passa al partito avversario per l’interesse supremo della Patria e per il proprio (ogni riferimento al caso Scilipoti è puramente intenzionale).

Rileggendo questa analisi si capisce molto dell’attuale arretratezza del nostro Sud, oberato da una Pubblica Amministrazione corrotta e inefficiente e da una politica altrettanto corrotta e forse ancora più inefficiente.

In 103 anni le cose non sono cambiate quasi per nulla: la qualità delle classi dirigenti meridionali è rimasta, più o meno, molto bassa. E’ evidente che ci sono anche tante eccezioni, tanti medici, avvocati, professori, professionisti, informatici, preparati. Ma molti di loro non riescono a trovare un posto decente di lavoro e sono costretti ad emigrare. Certo, forse qualcosa è cambiata: a vedere certi medici e certi professori, probabilmente i concorsi in 103 anni sono diventati molto meno severi o probabilmente a pesare sono le raccomandazioni, sempre di più. Basta parlare con i giovani che hanno studiato e che sono veramente preparati per capirlo: se non hai la raccomandazione, a Bari come a Napoli, non passi nemmeno l’esame per accedere alla professione di avvocato, figuriamoci un concorso pubblico per un posto prestigioso.

E il Sud si impoverisce perché perde il bene più importante, le intelligenze, costrette ad emigrare o umiliate in posti sottopagati o con contratti dalle forme più bislacche. E invece coloro che sono destinati a far parte della classe dirigente si godono la vita, passando 7 o 8 anni (tanto dura l’Università per questi individui, se non più) a bere e a drogarsi tutte le sere.

Tanto poi c’è la raccomandazione di papà.

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