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Vincenzo Colonna

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Laureato in Informatica, si occupa da 10 anni di internet e nuove tecnonologie attraverso diverse iniziative imprenditoriali.

google babble

Alcune volte temo di essere monotono parlando sempre di Google. Tuttavia non sono io che fissato, è a Mountain View che sono iperattivi. Praticamente ogni giorno lanciano un nuovo servizio, una nuova pesantissima invasione di campo in settori che non sono il core business dell’azienda ma che, basandosi sul ruolo dominante nel settore della ricerca online, vengono occupati miliatermente.

google babble

Oggi la notizia è che Google sta per lanciare Babble, un servizio di messageria istantanea disponibile sia per smartphone che per PC e che dovrebbe invadere il mercato che attualmente è dominato da Whatsapp.

In questo modo gli utenti del popolare sistema di messageria istantanea per cellulare avranno un’alternativa al pagare i pochi centesimi di abbonamento annuo, meno di un caffè e Google continuerà nella sua inquietante corsa a costruire un ecosistema digitale completo, in cui l’utente è costantemente monitorato e schedato (e ovviamente bombardato di pubblicità contestuale).

Dal punto di vista tecnico, il nuovo servizio dovrebbe riunire 5 servizi già esistenti e che offrono, in qualche modo, servizi di messagistica: Google Talk, Hangout, Voice, Gmail e Google+. Secondo le indiscrezioni, sarà possibile loggarsi indifferentemente in uno dei servizi sopra citati e comunicare indifferentemente con tutti gli utenti dell’altro. Insomma, un sistema di comunicazione potente, efficiente, flessibile e disponibile sia per PC che per Smartphone.

Per avere tutti i dettagli dobbiamo aspettare metà maggio, data entro cui Google presenterà ufficialmente il servizio. Vi terremo informati.

bitcoin

Fin dalla notte dei tempi, nei momenti di crisi il bene rifugio per eccellenza è l’oro. Le persone tendono a difendere i loro risparmi acquistando un bene che è percepito come stabile e sicuro. Ma oggi viviamo nell’era digitale e accanto all’oro, che da anni ha quotazioni elevatissime, ci sono altri beni rifugio, come il BitCoin.

bitcoin

Di cosa si tratta? Si tratta di una valuta virtuale, creata da un anonimo programmatore che si fa chiamare Satoshi Nakamoto e che ha particolarità di essere creata e gestita con un meccanismo peer to peer. Si tratta di un progetto molto interessante perché è la prima valuta della storia che non viene gestita da nessun ente centrale ma la sua gestione è distribuita in numerosi nodi, sparsi per la rete, esattamente come succede nel caso dei sistemi di condivisione di file peer to peer.

Fino ad oggi la valuta è stata utilizzata soprattutto per gli scambi tra hacker, ma dallo scoppio della crisi di Cipro è diventata una sorta di bene rifugio: la sua quotazione è schizzata del 30% in poche ore perché moltissimi cittadini europei hanno voluto mettere al sicuro i propri risparmi. Ed è sintomatico del clima che stiamo vivendo il fatto che tante persone abbiano ritenuto più affidabile un sistema progettato in modo anonimo e distribuito, senza un controllo centrale, rispetto al sistema bancario.

La crisi di Cipro ha dimostrato che le banche non proteggono i nostri soldi: l’Unione Europea si era solennemente impegnata a difendere i conti correnti dei risparmiatori ma è stata proprio l’Unione a suggerire a Cipro di prelevare il denaro contante dai conti correnti. Con il Bitcoin questo non potrebbe succedere: proprio perché non esiste un’autorità centrale che controlla i depositi, nessuno potrebbe sequestrare i beni dei cittadini.

E a pensarci bene, il Bitcoin vale molto più dell’oro come bene rifugio: ricordiamoci che durante la Grande Depressione molti stati iniziarono a sequestrare l’oro fisico posseduto dai cittadini, pagando in cambio con banconote che valevano molto meno della carta su cui erano stampate.

Con i Bitcoin questo è impossibile, e qualcuno ha iniziato a pensare a fare incetta di questa valuta. E tra l’altro è una valuta che mantiene stabile il suo valore nel tempo: visto che non c’è nessuno che può azionare le rotative e stampare, per così dire, Bitcoin in quantità industriali come fanno (o faranno) le banche centrali con le valute, il suo valore è protetto. Anzi, secondo alcuni economisti, è possibile che subisca persino fenomeni di deflazione: in pratica se comprate Bitcoin, il loro valore aumenterà nel tempo semplicemente per il fatto che li possedete.

istella

E’ stato messo online ieri, con grande clamore mediatico, Istella, un nuovo motore di ricerca prodotto da Tiscali. Secondo il patron dell’azienda sarda, Renato Soru, è frutto di 15 di lavoro. E si vede. Perché sembra di essere tornati ai motori di ricerca degli anni ’90 come qualità di risultati.

istella

Livello di accuratezza molto basso, mancanza di filtri anti spam, troppi risultati dalle stesse fonti: sono questi solo alcuni dei problemi che il motore di ricerca italiano presenta. Un esempio? Aprite il sito www.istella.it e provate a digitare “puglia”. Dopo i primi 3 o 4 risultati istituzionali (sito della regione, degli aerepoporti, ecc…) ci sono una marea di pagine di Flickr con foto della puglia. E va bene che sono in tema, ma probabilmente un utente che cerca informazioni sulla Puglia potrebbe volere più informazioni e non le foto che qualche anonimo utente ha caricato su Flickr…

Ma potrebbe anche starci, dopo tutto è una versione beta quindi è possibile che il software sarà migliorato nelle prossime versioni. Insomma, lasciamo lavorare Tiscali.

Ciò che veramente colpisce è la grande mole di articoli esaltanti che la stampa italiana ha dedicato a iStella: articoli trionfanti, con esaltazioni di features ben al di là da venire e con Renato Soru che dichiara ai 4 venti che l’anno prossimo guadagnerà 2 miliardi di euro solo da questa iniziativa.  Come possa sperare che gli italiani inizino ad utilizzare il suo motore invece dell’onnipresente Google francamente non lo so ma è giustificato perché sta facendo marketing per i suoi prodotti e soprattutto per la sua azienda.

Ma quello che proprio non capisco è come possano giornalisti che si autodefiniscono seri riportare queste notizie senza un minimo di controllo. Insomma, per vedere che Istella non funziona non è necessario essere dei geni dell’informatica, basta aprire il browser e provare a fare qualche ricerca. E’ così difficile? Probabilmente la grande maggioranza dei giornalisti si è limitata a riportare i comunicati stampa che sono arrivati in redazione, così hanno fatto felice un potenziale investitore pubblicitatio come Tiscali e hanno risparmiato del lavoro.

Caratteristiche di Istella

Fino a questo punto ho descritto le mie primissime impressioni sul motore di ricerca. Vediamo adesso quali sono le caratteristiche di Istella secondo Tiscali.

  • Possibilità di condividere link e risultati: mi ricorda pericolosamente Volunia
  • Rispetto della privacy degli utenti: una caratteristica che diventa sempre più importante, visto che ad esempio Google ormai traccia praticamente tutto a fini di marketing
  • Molteplicità di sorgente: Tiscali lo mette in evidenza come un punto di forza, ma è piuttosto ovvio che un motore di ricerca abbia una molteplicità di sorgenti, in teoria dovrebbe poter indicizzare tutto il web.
  • Modello di business: a detta di Soru, Istella ha un modello di business preciso, quello del pay per click e della pubblicità contestuale. Ma per iniziare a guadagnare dovrebbero iniziare a attirare utenti, cosa alquanto difficile con questa tecnologia.

 

google evernote

Non si sono ancora spente le feroci polemiche per la morte di Google Reader, sacrificato sull’altare di Google+, che da Mountain View arrivano le voci del lancio di un nuovo servizio: Google Keep.

google evernote

Secondo le voci piuttosto autorevoli che si sono diffuse, si tratterebbe di un servizio che consentirebbe di scrivere e condividere note, sia in ambito personale che professionale: oltre a prendere appunti sarà possibile aggiungere immagini, colori, liste, impostare scadenze e promemoria. Insomma, uno strumento professionale di altissimo profilo.

Sarà disponibile sia tramite browser sia tramite applicazione per il mondo Android.

Di fatto sarà molto dura continuare a stare sul mercato per chi, come Evernote, ha creato un modello di business basato proprio sulla gestione di appunti.

Certo può sembrare strano che Google. appena chiuso un servizio, ne apra subito un’altra. Qualcuno ha detto che si tratta di un comportamento poco professionale, da dilettanti allo sbaraglio. Ma non è così.

Google non ha sbagliato una mossa praticamente da quando è nato e la sua strategia di aprire e chiudere servizi è perfetta: si testa un mercato senza investire grandi risorse. Se si riesce a ottenere un risultato positivo (e a monetizzare bene) allora si inviano rinforzi e si investe di più, altrimenti si chiude senza troppi patemi d’animo. E senza preoccuparsi troppo per gli utenti che magari utilizzavano il servizio.

E’ anche grazie a questa strategia che Google è diventato un monopolio di fatto nell’ambito della pubblicità online investendo meno rispetto ad altri competitor: ha investito il giusto al momento giusto, dopo aver fatto adeguati test preparatori. Forse questa strategia non è stata applicata solo per Google+ e in effetti i risultati si vedono: il tempo medio degli utenti è di 4 minuti al mese….

hashtag

L’hashtag, il simbolo # anteposto ad una parola, è ormai diffusissimo su tutti i social network: da Twitter fino a Google+ passando per Instagram tutte le reti sociali consentono di organizzare le proprie conversazioni mediante questo simbolo. Oggi anche Facebook ha annunciato che i suoi utenti avranno la possibilità di taggare foto, stati, eventi e ogni altro contenuto mediante un hashtag.

hashtag

I vantaggi di questa innovazione sono innegabili: sarà possibile, ad esempio, scoprire subito tutto su un dato tema semplicemente facendo una ricerca per hashtag. Sarà anche possibile misurare popolarità e diffusione di certi argomenti, interagire in modo più semplice e loro riguardo, ecc..

Un po’ quello che succede da sempre con Twitter: non è un caso che per questo social network esistano moltissime applicazioni che analizzano proprio gli hashtag per capire le tendenze di fondo della politica e della società.

Facebook sta cercando di correre ai ripari, offrendo un servizio migliore, dopo che alcune rilevazioni statistiche fatte negli USA hanno rilevato un crollo degli utenti soprattutto nella fascia più giovane. Il social di Manlo Park, probabilmente, ha raggiunto il suo picco di popolarità, avendo superato il miliardo di utenti iscritti, e deve assolutamente cercare di migliorare l’esperienza utente. E probabilmente l’uso di questa tecnologia potrebbe migliorare anche la scelta degli annunci pubblicitari da visualizzare per gli utenti, rendendoli sempre più in tema con gli interessi degli utenti.

Non è un caso che Google+ supporti da tempo l’hashtag: dopo tutto quella di poter organizzare le proprie conversazioni è un’esigenza sentita dagli utenti più smaliziati e più qualificati, quelli che magari hanno più potere di spesa e quindi sono anche più appetibili dal punto di vista della pubblicità.

Con l’introduzione dell’hashtag probabilmente Facebook punta a questo tipo di pubblico, che spesso predilige utilizzare Twitter. Staremo a vedere se l’operazione avrà successo.

Google, con una decisione che ha scatenato pesantissime discussioni in rete, ha deciso di cancellare dal suo store tutte le applicazioni che servono a bloccare la pubblicità. La casa di Mountain View ha dichiarato ufficialmente che questo stop è dovuto al mancato rispetto del regolamento da parte degli sviluppatori di queste applicazioni.

adblock

In effetti pare un po’ strano che decine e decine di sviluppatori diversi, anzi concorrenti tra di loro, abbiano deciso tutti insieme il regolamento che Google ha stabilito per poter distribuire le proprie applicazioni. E’ evidente, dunque, che si tratta di una mossa tesa a garantire a chi vive di pubblicità online la possibilità di guadagnare. Non si tratta di beneficienza, ovviamente, visto che questo mercato è dominato, con tecniche che vanno al di là dell’abuso di posizione dominante, da Google stesso. In ogni caso viene spontaneo fare due considerazioni di carattere generale.

I servizi web e mobile costano e qualcuno deve pagare il conto

E’ un tema che abbiamo già affrontato su Social2Tech in numerosi articoli: i servizi web costano. Ci sono costi per lo sviluppo (i programmatori che ci lavorano devono essere pagati), per i server, per le tasse, per la banda consumata. E qualcuno alla fine deve pagare il conto. Alcuni servizi sono a pagamento, ma nel caso dei servizi gratuiti questo conto lo pagano gli inserzionisti pubblicitari. E se troppi utenti bloccassero la pubblicità molti servizi e siti che adesso sono gratis dovrebbero chiudere o diventare a pagamento. Non ci sono terze opzioni, come si dice in logica tertium non datur.

Il rischio degli App Store

Negli ultimi anni va molto di moda il concetto di App Store, luoghi virtuali in cui gli sviluppatori caricano le applicazioni che vogliono distribuire e gli utenti le scelgono e le installano in modo semplice sui loro dispositivi. Un modello vincente, apparentemente giusto, ma in realtà pericolossimo. Perché il padrone di casa ha la possibilità di decidere cosa può essere distribuito e la facoltà di cancellare, in un momento, applicazioni e classi di applicazioni. Di fatto un web basato sugli App Store ( di qualunque marca e bandiera) è meno libero di un ecosistema in cui tutti sviluppano, distribuiscano e installano quello che meglio credono, lasciando a ognuno la facoltà di scelta.

chiude google reader

Google ha annunciato che a partire da luglio di quest’anno chiuderà il suo servizio gratuito Google Reader che consente (ancora per poco) di leggere i feed RSS dei blog preferiti. Per gli utenti più giovani di internet questo può sembrare arabo visto che ormai la funzione che un tempo veniva svolta dai lettori di feed RSS è svolta sostanzialmente dai social network.

chiude google reader

Un feed RSS è un flusso di dati, messo a disposizione pubblicamente, che contiene tutti gli aggiornamenti di un blog. Un utente, grazie ad un lettore di feed, può quindi essere aggiornato sui nuovi post dei blog che segue senza doverli andare a controllare con i browser. Questa funzione è oggi, di fatto, realizzata tramite i social network. La maggior parte degli utenti interessati ad un blog o ad un sito si iscrivono alla pagina Facebook del sito stesso e ricevono tramite il popolare social network gli aggiornamenti. Oppure lo fanno tramite Twitter o altri servizi social.

Google Reader è stato un grande progetto, venuto fuori da quella fucina di idee che è stata Google Lab ai tempi in cui l’azienda di Moutain View non era un moloch monopolistico ma un soggetto nuovo, pieno di idee innovative e orientato a soddisfare le esigenze degli utenti. Era una strategia commerciale, visto che Google è sempre stata un’azienda e non un ente no profit, ma comunque gli utenti ne traevano benefici.

Perché chiude Google Reader?

La chiusura di Google Reader ha suscitato parecchie proteste perché gli utenti, sebbene in calo, sono ancora moltissimi. In questo caso è evidente che la concorrenza dei social network è fortissima, come detto poco sopra la maggior parte delle persone preferisce seguire i propri siti preferiti tramite social. E Google ha un suo social, il famigerato Google+, che sta cercando di spingere in tutti i modi. Non solo costringendo i webmaster a iscriversi forzatamente, tramite il meccanismo dell’autorship, ma anche facendo convergere tutti i propri servizi web sul nuovo social.

Ci provò con Youtube ma le proteste degli utenti furono talmente veementi che a Moutnain View dovettero improvvisare una ritirata strategica. Nel caso di Google Reader, invece, il progetto riuscì: imposero, di fatto, che la condivisione dei contenuti, apprezzatissima dagli utenti, potesse essere fatta solo e soltanto tramite Google+.

Secondo le dichiarazioni del motore di ricerca il servizio viene chiuso anche perché il team che lo gestiva è stato pesantemente indebolito proprio per rafforzare Google+: in pratica i migliori sviluppatori, che avevano forte esperienza social, sono stati mandati a lavorare sul nuovo progetto, lasciando il vecchio Reader abbandonato a se stesso.

street view google

Il procuratore generale del Connecticut è riuscito a far condannare Google ad una multa di 7 milioni di dollari per la gravissima violazione della privacy di comuni cittadini messa in atto da Google attraverso i veicoli che fotografano e mappano le strade per fornire il servizio Street View.

street view google

In pratica i veicoli erano dotati di rilevatori di reti wi-fi, cosa che ha consentito a Google di creare una sua mappa privata (e utilizzata chissà per quali scopi) di tutte le reti wi-fi del paese. Una violazione della privacy di inermi cittadini attuata su vasta scala e con tecnologie software all’avanguardia, un altro esempio concreto dei rischi che tutti stiamo correndo a causa dello strapotere di un’azienda che nessuno pare voler arginare.

Il Connecticut è un piccolo stato americano ma il suo procuratore generale ha avuto la forza e il coraggio di andare fino in fondo: non solo è riuscito a imporre la multa, che per un colosso come Google in fondo rappresenta una cifra assolutamente ininfluente, ma ha anche imposto che l’azienda di Mountain View interrompa immediatamente la raccolta illegale di informazioni e, allo stesso tempo, dia avvio ad una campagna, su scala nazionale, per informare gli utenti sui rischi che si corrono lasciando le reti wi-fi senza protezione. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene, e il procuratore si è comportato molto meglio dei tanti membri delle antitrust europea e americana che danni cincischiano sul problema Google senza avere il coraggio o la forza di fare nulla per cambiare le cose.

Molto italiana la reazione di Google alla condanna: ha diramato un comunicato in cui spiega di aver cominciato un programma di sensibilizzazione dei propri dipendenti sul tema della privacy. In pratica, sta dicendo Google, questo programma di raccolta delle rete wi-fi, condotto in maniera scientifica e centralizzata, con uso di apparati tecnologici all’avanguardia, è stato condotto all’insaputa di Google stessa che, da azienda all’avanguardia negli standard morali, si preoccupa subito di evangelizzare i dipendenti sul tema.

Nemmeno Scajola avrebbe saputo fare di meglio.

privacy facebook

Ormai cliccare su “Mi piace” quando siamo collegati a Facebook è diventata un’azione automatica e la maggior parte della gente pensa che sia anche innocua, ma probabilmente non lo è. Uno studio molto interessante, condotto da Microsoft in collaborazione con l’Università di Cambridge, è infatti riuscito a ricostruire in modo assolutamente preciso i profili personali degli utenti di Facebook partendo dai giudizi espressi in modo pubblico proprio attraverso i “Mi Piace”.

privacy facebook

I ricercatori hanno costruito un semplice sistema di data mining che è stato addestrato a riconoscere alcune caratteristiche degli utenti proprio in base ai dati reperibili dai profili pubblici (e solo da quelli). L’accuratezza predittiva ottenuta è stata davvero stupefacente, anche per gli stessi sviluppatori che hanno creato il progetto.

In pratica è stato possibile, ad esempio, determinare se il soggetto era repubblicano o democratico (lo studio ha preso in considerazione utenti USA), bianco o nero (in questo caso con una precisione del 95%), gay o eterossessuale, consumatore di droga o meno. Come si vede si tratta di dati anche piuttosto sensibili che vengono resi pubblici in modo inconsapevole.

Insomma, la nostra personalità è messa a nudo da quello che facciamo su Facebook e dovremmo preoccuparci soprattutto del fatto che lo studio ha dato in pasto al sistema software solo e soltanto dati che sono sempre pubblici. In pratica non c’è modo di difendere la nostra privacy se non evitando di esprorre troppo il nostro apprezzamento per quello che la rete ci propone o, ancora meglio, chiudere gli account sui social network.

Certo, viviamo nell’era della trasparenza totale, in cui gli adolescenti sono abituati a pubblicare in modo live le foto della loro vita quotidiana e in cui si racconta a tutti la propria vita con uno stato su Facebook: forse la minaccia alla privacy è meno sentita rispetto a qualche anno fa? Bisogna stare attenti, perché in questo modo è molto facile costruire sistemi di schedatura politica o, senza andare troppo in là, sistemi per la ricerca di personale che possano escludere determinate persone solo per le loro idee.

E’ ovvio che l’applicazione più probabile di questa tecnologia sarà il marketing: sarà possibile inviare pubblicità molto mirata agli utenti facendo data mining a partire dalle loro preferenze.

La cosa che lascia, ancora una volta, stupiti è che Facebook non riesca ad utilizzare questa montagna di dati per monetizzare in modo serio e iniziare davvero a competere con il Moloch Google per la spartizione della pubblicità online.

primo iphone

E’ davvero curioso il destino, a volte. Proprio negli stessi giorni in cui il titolo Apple è passato dagli allori alla polvere, un ex dipendente della casa della mela pubblica la foto della primissima versione del prototipo di iPhone, che possiamo vedere qui in basso:

primo iphone

Si nota chiaramente che si tratta di un prototipo per uso interno, non certo raffinato e persino con dei cavi ancora liberi. Ma si tratta di un prototipo che ha cambiato la storia della tecnologia e che consentì a Steve Jobs di affermare, su scala planetaria, il predominio di Apple.

In breve tempo, grazie al successo di iPhone e iPad, l’azienda di Cupertino divenne la società con la più alta capitalizzazione al mondo. Che cosa significa? La capitalizzazione è il valore di un’azienda che si ottiene moltiplicando il numero delle azioni emesse per il valore che, in quel determinato momento hanno sul mercato. In pratica rappresenta il valore dell’azienda stessa secondo gli investitori.

Ebbene, grazie al suo geniale leader, Apple venne considerata come l’azienda che valeva di più al mondo. Purtroppo la parabola terrena di Jobs venne interrotta da una gravissima forma di cancro al pancreas, forse dovuta anche alla particolarissima dieta che il grande imprenditore seguiva per scelta.

Al momento della sua morte si disse che c’era un cassetto pieno di progetti e idee, lasciate dal fondatore, che avrebbero consentito alla Apple di andare avanti con le innovazioni per altri 5 anni. Probabilmente questo cassetto non è mai esistito o forse ne è stata persa la chiave.

Perché di innovazioni, negli ultimi tempi, ne abbiamo visto davvero poche. E le poche viste, probabilmente, non sarebbero state gradite a Jobs, a partire dal mini iPad e dall’iPhone low cost che sta per essere lanciato per conquistare i mercati cinese e indiano. Steve Jobs ha sempre puntato, infatti, sull’high quality piuttosto che sul low cost. E grazie a questa filosofia Apple è diventata l’azienda più ricca al mondo: non solo i suoi prodotti andavano (e vanno) a ruba, ma su ogni unità venduta i margini sono elevatissimi, cioè la differenza tra quanto costa produrre e un dispositivo e il prezzo che poi il pubblica paga è molto alta.

Con i prodotti di fascia più bassa, invece, si possono fare dei margini più piccoli e quindi bisogna puntare su volumi molto grandi. Ma per fare volumi grandi, il prezzo deve essere basso e se il prezzo è troppo basso allora non si può fare ricerca e innovazione continua che sono stati alla base del successo di Apple fino a oggi.

Non che oggi i prezzi dei prodotti sono bassi, anzi: probabilmente non sono mai stati così alti. Il fatto è che il vento è cambiato, in consumatori vogliono di più e questo a Cupertino probabilmente non lo hanno capito.

 

 

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